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Penso di aver sparato al sole e pugnalato la luna.
Penso di essermi affogato nei miei stessi pensieri, quelli neri, quelli che non si fanno vedere alla luce del giorno.
E poi l’ho vista.
La porta.
La stessa che ogni notte si spalancava per inghiottire la mia anima e trascinarla nel limbo dei vivi. Delle pecore.
Sta ancora lì, davanti a me.
Immobile. Bianca. Antica come un abete che ha visto troppa neve.
Non riesco a muovermi.
C’è qualcosa di oscuro che mi trattiene, una forza che odora di paura e di legno marcio.
Il silenzio pesa come una corteccia bagnata.
Vorrei abbatterlo, ma non ho più voce.
Corridoi di luce mi tagliano il viso.
Sento il verme dentro la testa che si contorce, scava, giudica.
Martella senza pietà.
Stringo la testa tra le mani, ma il ronzio aumenta.
È un assedio.
E la porta si avvicina, sempre di più…
sempre di più…
Io non mi muovo, ma lei sì.
È la vita o la morte che viene a prendermi?
Forse nessuna delle due.
Forse è solo la mia coscienza che ha deciso di farmi visita.
Il verme tace.
Io resto in ginocchio, affondato nel fango dei miei giorni.
La guardo.
La odio.
La desidero.
Cosa c’è dietro?
Cosa c’è dietro ogni uomo, ogni gesto, ogni respiro?
Perché continuo a restare qui, a metà strada tra il dolore e la comprensione?
La porta si spalanca.
Una luce.
Densa. Quasi solida.
Mi investe, mi penetra, mi spoglia.
Allungo le mani ma le ginocchia cedono.
È una luce che sa di acqua e di sale.
Mi trapassa e mi lascia nudo, come all’inizio di tutto.
— Fammi entrare.
Fammi vedere.
Dammi una certezza, anche solo una, prima che il buio mi reclami.
La luce vibra, respira.
E nel suo ventre riconosco qualcosa.
Un battito.
Forse il mio.
Forse quello che ho dimenticato di avere.
Mi sollevo a fatica.
Varco la soglia.
Dietro la porta non c’è nulla.
Solo un enorme silenzio che mi somiglia.
E dentro quel silenzio, finalmente, smetto di cercare.
2015